mercoledì, maggio 27, 2009

Chiarezza


Oggi, durante la mia ora di Daimoku, in alcuni momenti – forse soltanto degli istanti – ho percepito una grande chiarezza mentale, una sorta di luminosità. Ho anche sentito con forza che la recitazione di Nam Myoho Renge Kyo e il Gohonzon sono degli strumenti da utilizzare, non è come se ci rivolgesse a Dio pregandolo, piuttosto mi è sembrato che la cosa essenziale è aprirsi, abbandonarsi alla pratica, lasciando che ci influenzi, che agisca sulla mente nel profondo. Quella azione è un un assaggio dell’Illuminazione, è il messaggio del Maestro cui bisogna permettere di entrare, di influire sull’inconscio. Al tempo stesso, essendo la pratica un esercizio, un mezzo, possiamo partire da essa per svilupparci a nostro modo, per esprimere la nostra individualità: non è come accettare passivamente un punto di vista a noi estraneo o un qualcosa suggerito e indotto dalla pratica stessa. E’ piuttosto come “azzerare” la mente, portarla nel luogo dell’Illuminazione – o qualunque cosa sia – e, rigeneratala in qualche modo, da lì ripartire.

venerdì, gennaio 23, 2009

Risposte a contestazioni



Vorrei riportare alcune opinioni criticamente negative sulla Soka Gakkai recentemente propostemi. Si di esse non mi sono affatto trovato d'accordo ritenendole infondate, e ho ritenuto opportuno replicare con le argomentazioni che riporto di seguito. Tengo anche a precisare che le mie risposte non sono state date in alcun modo a nome dell'associazione in questione, essendo soltanto le mie opinioni personali di praticante: infatti sono parte attiva della Gakkai da circa 14 anni. Se cito degli scritti di Daisaku Ikeda è per dimostrare che quanto esprimo non è una sorta di difesa aprioristica e priva di consistenza dell'associazione, ma fonda su quanto viene effettivamente insegnato.

1) La Soka Gakkai fa parte delle nuove forme di religiosità, le cosiddette “sette”, inadeguate nel rispondere ad un vero bisogno spirituale perché frutto di una serie di errori concettuali e di illusioni misticheggianti, quando non risultanti da un consapevole sfruttamento della credulità delle masse ad opera di falsi maestri e venditori di fumo.

Risposta: faccio presente che, secondo il riconoscimento ufficiale effettuato dallo Stato Italiano, la Soka Gakkai è un ente religioso a tutti gli effetti, che come tale è diffusa in 192 paesi nel mondo e che ricercatori sia internazionali che italiani (quali il Prof. Massimo Introvigne, di estrazione cattolica, fondatore del CESNUR per lo studio dei nuovi movimenti) hanno classificato la Gakkai non come una setta, bensì come un’organizzazione che diffonde una religione vera e propria: il buddismo Mahayana nell’impostazione riformatrice di Nichiren Daishonin, un saggio vissuto nel XIII secolo.
Per attestare la serietà dell'organizzazione e dell'impostazione religiosa si potrebbe dire anche di più, magari evidenziando che l’impegno di noi buddisti non è solo nella meditazione individuale e nell’autoriforma, ma è anche sociale e nell’aiuto agli altri – sia a livello personale (nella propria vita) che di associazione (collaborazione con la comunità di S. Egidio per la moratoria sulla pena di morte, aiuto ai rifugiati e alle popolazioni in territori di guerra, mostre sui diritti umani ecc.).

2) Il cosiddetto “maestro” della Gakkai ha probabilmente, come tanti altri, una disposizione alla voracità e allo sfruttamento, e utilizza l'"ubriacatura" di chi lo segue per i suoi scopi. D'altra parte lo stesso mantra – cioè la preghiera principale della scuola che è Nam-myoho-renge-kyo – è propagandata come mezzo per ottenere benefici, risolvere problemi e realizzare desideri. Il fatto è che per raggiungere l’obiettivo della “setta” bisogna avere, ottenere o possedere a tutti i costi. Tutto si risolve – per così dire – nell’avere e non nell’essere.

Risposta: questo è un errore piuttosto consistente, dal momento che il nostro Maestro della Soka Gakkai, Daisaku Ikeda, così si esprime:
“Molti eminenti pensatori e intellettuali condividono la percezione che la civiltà moderna abbia perso di vista l'essere umano e si trovi in un vicolo cieco su molti fronti. Non si può negare che il mondo spirituale interiore sia stato trascurato e che troppe persone siano ossessionate dalla ricerca di comodità, agio e piacere in qualcosa di esterno a loro. Se non superiamo le fondamentali illusioni umane indotte dall'avidità, dalla collera e dalla stupidità non potremo risolvere i numerosi problemi che il mondo attuale ha di fronte, fra cui la preoccupazione per la crescita economica, una politica priva di umanesimo, i conflitti internazionali, la guerra, la crescente disparità fra ricchi e poveri e la discriminazione che dilaga (da: “Buddismo e società”, n. 119, nov.-dic. 2006).”
Faccio presente che questo tipo di visione è correttamente e ampiamente diffuso negli zadankai (riunioni buddiste) e che, quindi, qualsiasi versione differente dell’insegnamento proviene da persone che valutano pregiudizialmente, o che non partecipano alle suddette riunioni.

3) I praticanti di questa associazione credono che, recitando il loro mantra davanti ad una strana pergamena con degli ideogrammi, qualunque loro desiderio non può non essere esaudito immediatamente.

Risposta: innanzitutto vorrei precisare che la “strana pergamena” nel nostro caso è un mandala tradizionale in piena regola, cioè un Cosmogramma, una visione della Legge Mistica dell’universo, così come è stato inscritto da Nichiren Daishonin. Qualora si pensi ad una sorta di atteggiamento “idolatra” verso il Gohonzon, quasi che noi buddisti lo considerassimo un talismano, un oggetto magico o un portafortuna davanti al quale stordirsi “blaterando parole incomprensibili per ore ed ore” (come talvolta contestato), vorrei rispondere citando ancora Ikeda (op.cit.):
“Come dimostrano molti dei suoi scritti, il Daishonin sottolinea ripetutamente l'importanza cruciale che riveste il cuore o mente. È in quest'ambito interiore della vita che risiede il potenziale per realizzare enormi cambiamenti, sia dal male al bene che dal bene al male. Perciò la dottrina dell'Illuminazione del Daishonin si può leggere come un processo che ha inizio con il cambiamento interiore.” “Inoltre il Daishonin ci ammonisce a non ricercare la Legge mistica fuori di noi perché altrimenti, per quanto Daimoku possiamo recitare, non riusciremo a raggiungere l'Illuminazione e, al contrario, la nostra pratica buddista sarà solo «un'infinita e dolorosa austerità». Afferma esplicitamente che «se reciti e credi in Myoho-renge-kyo, ma pensi che la Legge sia al di fuori di te, stai abbracciando non la Legge mistica ma un insegnamento inferiore»”.
Quindi, come si può facilmente constatare, non si delega la propria “rivoluzione umana” ad un oggetto di carta o ad un suono meccanicamente ripetuto con le labbra per narcotizzarsi, bensì queste cose hanno valore per il significato intrinseco e come strumenti di lavoro consapevole su sé stessi.
C’è poi da chiarire il punto della realizzazione dei desideri o della soluzione dei problemi che si possono ottenere attraverso la pratica. Questo è più complesso da spiegare, soprattutto a chi magari ha un’idea diversa sul significato della religione – e ognuno è libero di pensarla come crede, nel rispetto delle opinioni degli altri. Il punto di vista del buddismo è che non c’è molta differenza fra interno ed esterno, perché sono complementari e si corrispondono: se si hanno dei problemi esistenziali come la mancanza di un lavoro, difficoltà di relazione, malattie o altro, bisogna occuparsene e cercare di risolverli, utilizzando il disagio o il bisogno come una spinta per lavorare interiormente riflettendo e pregando, ed esternamente per fare azioni concrete allo scopo di cambiare sé stessi e/o la propria situazione. Se abbiamo invece delle potenzialità positive da sviluppare, è bene sostenerle, utilizzarle e manifestarle con fiducia, imparando ad ascoltarsi e, se necessario, a sfidare le circostanze, gli ostacoli e le paure per raggiungere i propri obiettivi. La pratica, naturalmente, costituisce un fondamentale aiuto in tutto questo, secondo il principio “la fede è uguale alla vita quotidiana”. Citando sempre Ikeda (da “La saggezza del Sutra del Loto – 17° capitolo”):
“Molti nutrono il pregiudizio che la religione riguardi solo il mondo soggettivo, la vita spirituale. Ma, poiché è la Legge della vita, il Buddismo si occupa anche del mondo oggettivo, della vita pratica. Considerare solo la soggettività è idealismo, considerare solo l’oggettività è materialismo. Il Buddismo non cade in questi due estremi: purificando e rafforzando il nostro essere, la vita quotidiana migliora… Sviluppando nella nostra vita (nel mondo soggettivo) una grande energia vitale per creare valore in qualunque circostanza (nel mondo oggettivo), realizziamo la rivoluzione umana, l’obiettivo del Sutra del Loto.” “Prender fede nel Buddismo del Daishonin non significa che tutte le difficoltà scompariranno. Finché vivremo ci sarà sempre qualche problema. Ma, qualunque cosa accada, è importante avere una salda fede. La Legge mistica insegna che i desideri terreni si trasformano in illuminazione e che le sofferenze di nascita e morte equivalgono al nirvana.”

martedì, agosto 19, 2008

Risposte alle domande degli "amici-di-blog": ad alta voce.




Perché recitiamo ad alta voce e la nostra pratica non è silenziosa?



In questa maniera rispettiamo gli intendimenti del fondatore della nostra scuola, Nichiren Daishonin. Egli infatti riteneva che la verità del Sutra del Loto andasse manifestata, pronunciata, espressa, e non mantenuta nel segreto della propria realizzazione individuale.


Pronunciare il suono di Nam Myoho Renge Kyo e non soltanto meditarci sopra o ripeterlo mentalmente significa dare al concetto un'espressione concreta, udibile, percepibile e condivisibile anche con altri. L'intento è quello di superare la separazione fra mondo interiore (la propria mente, la percezione silenziosa di essa) e mondo esteriore (gli altri, il corpo, l'azione, la parola pronunciata).


Inoltre la produzione di un suono, sempre secondo le tecniche dell'Oriente relative ai mantra, è creativa e influenza l'ambiente. Gli antichi indiani, infatti, pensavano che il suono fosse il primo elemento, connesso con la sostanza eterica, dal quale discendono tutti gli altri (aria, fuoco, acqua, terra) che da esso vengono generati.


In altre parole, è come dire che tutta la realtà è ricettiva al suono, è influenzabile dal suono. Con il suono si può creare...

Risposte alle domande degli "amici-di-blog": una frase per la buddità.




Perché recitiamo una frase, Nam Myoho Renge Kyo, per raggiungere la buddità?





Per rispondere a questa domanda è necessario innanzitutto specificare che cos'è un mantra. La parola deriva dal sanscrito ed è composta da manas (mente) e dalla radice tra (proteggere). Quindi possiamo dire che, secondo le pratiche religiose e yogiche dell'Oriente, la ripetizione di un suono o di una serie di suoni, cioè di una litania, di una formula, ha lo scopo di proteggere la mente. Da che cosa? In genere in Oriente si intende dalle forze negative, dagli attaccamenti, dalle illusioni. Naturalmente bisogna vedere quali suoni hanno questo potere, senza dimenticare l'eventuale significato delle parole che si pronunciano. Ad esempio, anche in italiano, le parole hanno una vibrazione, diciamo, una "risonanza" psichica, una forza suggestiva, che va anche oltre il loro uso corrente. Come diceva un mio caro amico, se ripetessimo molte volte la parola "pace" concentrandoci su di essa e utilizzandola come mantra, sicuramente produrremmo una certa pacificazione interiore anche se in un primo momento non ne fossimo del tutto coscienti: qualcosa accadrebbe comunque e probabilmente nel nostro ambiente si produrrebbe un effetto pacificante. Allo stesso modo, ripetendo "odio" con la tecnica del mantra ne avremmo sicuramente degli effetti negativi, disturbanti, perché la parola - per il suo significato, per il suo uso comune - ha un potere che, ripetendola e concentrandoci su di essa, potremmo attivare.

Questo per tutte le parole, e particolarmente per quelle più evocative di significati universali. Su questo principio, in fondo, si basano le preghiere, le litanie, i "rosari" di tutte le religioni: la mente si focalizza sul suono, su certe parole, e viene indirizzata in un certo senso. Se poi le preghiere utilizzate vengono ripetute per anni, secoli, millenni, diventano molto potenti, si caricano della forza psichica di tutte le persone che le hanno pronunciate e le pronunciano. Diciamo che gli orientali conoscono molto bene questo principio, l'hanno sperimentato e utilizzato scientificamente, per esempio nello Yoga.

Ogni religione, però, "carica" le sue preghiere di aspettative connesse con lo scopo che si prefigge: nel cristianesimo, in genere, si cerca il colloquio con Dio, la sottomissione alla Sua volontà, eccetera; in Oriente, invece, si cerca la liberazione dall'illusione, l'identificazione in Dio (induismo) o il raggiungimento dello stato di Buddha, l'Illuminazione.

In quest'ultimo contesto si situa il Daimoku e la riforma di Nichiren nell'ambito del buddismo giapponese: invece di prefiggersi come obiettivo la salvezza tramite l'abbandono ad una forza redentrice divina, ad un Salvatore (come nel mantra Namu-Amida-Butsu della scuola Jodo), Nichiren ha ben chiaro il senso dell'Illuminazione come dedizione alla Legge Mistica del Sutra del Loto, il che è precisamente il significato del mantra Nam Myoho Renge Kyo. Recitare Daimoku, dunque, è una tecnica mantrica che protegge, indirizza e libera la mente al fine del raggiungimento di questo obiettivo: la realizzazione del senso profondo del Sutra del Loto e della sua Legge.

martedì, giugno 10, 2008

risposte alle domande degli "amici-di-blog": occhi chiusi.


Che ne pensi di chi recita con gli occhi chiusi: fa "bene" o "male"?


Nelle discipline mistiche indiane, nello Yoga in particolare, la concezione prevalente è che durante la meditazione si debbano chiudere le porte dei sensi: gradualmente, nella concentrazione, si raggiunge un sempre maggiore distacco (Pratyahara) dal dato sensibile, così da riuscire a percepire quello che sta oltre l'illusione dei sensi. L'idea sottostante è che il mondo fenomenico così come lo conosciamo è superficiale, apparente, non sostanziale, limitato e ci distrae dall'esperienza del nostro Vero Sé. La Verità, la Coscienza e la Beatitudine (Sat-Cit-Ananda) si raggiungono eliminando le distrazioni, spingendo lo sguardo all'interno di sé stessi e cercando una visione superiore: gli occhi vengono chiusi per superare la percezione limitata delle cose, quella degli occhi fisici, e la concentrazione si sposta verso il "terzo occhio", cioè la visione trascendente e unitaria.
Questa, però, non è l'unica tecnica e concezione che lo Yoga ha prodotto: in questa disciplina e anche nel Buddhismo esistono tecniche meditative dove gli occhi sono semi-chiusi, lo sguardo è concentrato sulla punta del naso oppure volto verso il basso, rilassato, senza focalizzarsi su nulla in particolare. Lo scopo è quello di cercare uno stato interiore crepuscolare, che non sia né volto all'interno né all'esterno, che non sia né sonno né veglia, né attività né quiete, e lì, in quella dimensione limite al di là degli opposti (Samsara e Nirvana) ricercare l'illuminazione.
Esistono poi delle forme di preghiera o di meditazione che utilizzano oggetti esterni sui quali portare lo sguardo: da quelle devozionali che si concentrano sull'immagine di una divinità a quelle tantriche che fanno uso di Mandala. Il Buddhismo di Nichiren Daishonin utilizza quest'ultimo strumento di concentrazione.
Il Mandala generalmente è una visione simbolica del Cosmo, dell'Ordine Universale, della Legge Mistica o Realtà Fondamentale. In sé, naturalmente, è un oggetto, un pezzo di stoffa o di pergamena dipinto. Però come simbolo allude ad una verità archetipica. Concentrarsi su di esso significa cercare di percepire profondamente e interiormente ciò che rappresenta, al di là della sua forma oggettuale. L'Apertura degli Occhi di cui si parla nel Buddhismo, dunque, indica l'impegno a vedere oltre l'illusione, a raggiungere l'Illuminazione. La recitazione di Nam-Myoho-Renge-Kyo è tutta fondata sulla possibilità di percepire la Realtà Fondamentale. La voce (=il suono, l'energia vitale, l'intenzione) esprime concretamente la dedizione a questo compito e gli occhi (=la visione, la comprensione, la coscienza) si concentrano sul simbolo che quella Realtà rappresenta.

In sintesi: Daimoku e Gongyo si recitano rivolti al Gohonzon con gli occhi bene aperti. Fare diversamente non è "male", però al fine apprezzare pienamente il senso e l'effetto di questa forma di Buddhismo lo sguardo va concentrato sul Mandala, rappresentando così concretamente, anche con l'atteggiamento e con il gesto, il Buddha che percepisce e vede con chiarezza la Verità Universale.

giovedì, giugno 05, 2008

Risposte alle domande degli "amici-di-blog": Gongyo



Perché facciamo Gongyo, per di più in una lingua che non conosciamo?



In generale, si può dire che l'Oriente ha sviluppato una conoscenza e una tecnica molto diverse dalle nostre, focalizzate sull'interiorità dell'uomo più che sul suo sviluppo materiale - pur così importante e necessario. Parte di queste conoscenze riguardano il potere del suono come strumento di modificazione degli stati mentali: da qui i cosiddetti "mantra". Anche il nostro rosario, probabilmente, ha la funzione di calmare la mente, di facilitare esperienze mistiche o di abbandono al divino. Rivolgendoci ad una impostazione religiosa orientale però, oltre che agli effetti psicofisici delle litanie e dei suoni mantrici, che è bene conservare con le caratteristiche originali con cui sono stati appositamente concepiti, abbracciamo anche una impostazione filosofica, un tipo di concezione della vita che quei suoni veicolano.
Per fare un esempio, forse più comprensibile: se pratichiamo lo Yoga non stiamo semplicemente facendo ginnastica, anche se la nostra ginnastica occidentale ha in parte gli stessi effetti e obiettivi. Facendo Yoga abbracciamo anche un particolare punto di vista che coinvolge una trasformazione del nostro modo di porci verso l'esistenza. Non servirebbe "tradurre" lo Yoga in una forma ginnica occidentale, come non vale l'obiezione: “esistono tante forme di ginnastica o di sport in occidente, perché andare a scegliersi una pratica indiana?” Evidentemente si sceglie quello che si ritiene di poter condividere e che si sente che ci fa bene...

Risposte alle domande degli "amici-di-blog": il dondolamento


Perché alcune persone tendono a dondolarsi mentre recitano?


I motivi del "dondolamento" possono essere molteplici, sicuramente differenti da persona a persona, e bisogna sempre tenere presente che qualsiasi interpretazione non è che una supposizione! Tuttavia si può osservare come in alcune forme religiose, ad esempio l'ebraismo, il movimento sia considerato un fattore indispensabile, cioè una parte integrante della preghiera, tanto quanto in altre si reputa essenziale l'immobilità.

Potremmo dire che la preghiera è sempre un tentativo di uscire dal circolo vizioso del proprio "piccolo io", delle proprie limitazioni. Se ci si muove durante la recitazione, dunque, è probabile che intimamente si avverta di essere in una condizione statica, di immobilità negativa, rimanendo prigionieri della propria mente, delle proprie idee ecc., e perciò si cerca nel movimento la risoluzione di questa stasi. Se, al contrario, si preferisce l'immobilità nella meditazione, allora forse vuol dire che nella vita ci si agita convulsamente, cercando con affanno una soluzione che invece sarebbe possibile trovare fermandosi e calmandosi.

C'è, inoltre, una possibile interpretazione psicanalitica: dondolandosi si ha la sensazione di rientrare nelle braccia materne, nel grembo, cullandosi e affidandosi all’archetipo genitoriale.
Va, comunque, ricordato che nella nostra pratica del buddismo di Nichiren Daishonin durante la recitazione viene consigliato un atteggiamento composto, evitando il più possibile movimenti e distrazioni proprio perché è essenziale concentrarsi sul Gohonzon e sul rituale. E' altresì importante, però, non essere rigidi osservando le regole in modo troppo severo e formalistico. Le regole sono delle indicazioni, non dei vincoli assoluti: ognuno deve poter vivere la propria pratica con la massima naturalezza.

martedì, gennaio 16, 2007

Pratica.


L'adesione del cuore e della mente ad una particolare impostazione filosofica o religiosa è estremamente importante, ma senza praticare quell'idea viene a mancare qualcosa di fondamentale. Dico questo perché, specialmente nell'occidente odierno, ci si è abituati a credere che basta il pensiero: se mi piace qualcosa, se sono d'accordo con un'idea, per ciò stesso la sto sostenendo, mi ci posso riconoscere ed è parte integrante di me. In una certa misura è vero, però realizzare significa far entrare nel corpo, rendere carne e sangue quello che invece potrebbe rimanere un fatto astratto o soltanto teorico. Per questo motivo il buddismo insiste tanto sulla pratica. L'azione per gli altri è un importante elemento di essa, così come anche l'etica del comportamento in tutte le situazioni che la vita propone: nella sua antica formulazione - secondo l'insegnamento del Buddha Shakyamuni - il buddismo è retta azione, retta parola, retto sforzo, retti mezzi di sussistenza. Però, sempre nella stessa elencazione dell'ottuplice sentiero, il Buddha parla anche di retta motivazione, retta comprensione, retta consapevolezza, retta concentrazione. In altre parole la pratica consiste nel rettificare, e quindi purificare, sia le manifestazioni esteriori che quelle interiori della nostra vita, e fra queste svolge un ruolo molto importante la meditazione. Nella nostra forma di buddismo tale pratica si identifica con la recitazione di Gongyo e Daimoku, effettuata generalmente la mattina e la sera. Particolarmente al mattino bisognerebbe recitare una buona quantità di Daimoku, cioè Nam Myoho Renge Kyo, ma le regole non sono rigide e ognune decide secondo i suoi impegni, i suoi ritmi, le sue possibilità. Tuttavia, come praticante, ho notato che ci sono dei periodi della vita in cui la recitazione, la meditazione, la poniamo in secondo piano, come un optional, rispetto a tutte le cose che abbiamo da fare quotidianamente e che ci assorbono. Finiamo gradualmente per recitare sempre meno e, magari, con sempre maggiore sforzo - come se perdessimo la sintonia con la pratica. Ebbene, ho potuto constatare personalmente che esiste una grande differenza fra il modo in cui mi sento quando recito giornalmente almeno un'ora di Daimoku e quando non lo faccio, magari facendo soltanto un Gongyo a-tirar-via, alla meno peggio! Invece lo sforzo di alzarsi un pò prima e rinunciare ad un poco di sonno per praticare il buddismo produce grandi risultati e risulta energetico, ci si sente meglio, anche le circostanze difficili diventano più affrontabili - da tutti i punti di vista. Quindi, lo ripeto, non basta un'adesione ideale alle dottrine buddiste senza che ci sia un adeguato supporto meditativo, una giusta pratica, che costituisce quindi proprio la chiave concreta per realizzare, per inverare l'insegnamento del Buddha.

martedì, novembre 14, 2006

Gongyo.


La parola "Gongyo" significa in giapponese "pratica costante", e allude genericamente al complesso delle pratiche buddiste sottolineandone le necessarie costanza e assiduità. Tale perseveranza è considerata indispensabile in quanto la possibilità di sfuggire al Samsara - cioè ad una visione del mondo condizionata - esige sicuramente un'attenzione e uno studio di sé stessi sempre rinnovati. In senso più specifico la recitazione di "Gongyo" allude alla lettura mantrica e ritmica di una parte del Sutra del Loto, di cui l'altro lato della medaglia è l'invocazione, cioè la recitazione del "Daimoku", ovvero del mantra Nam-Myoho-Renge-Kyo. Si insegna, inoltre, che il Daimoku è la pratica primaria perché in esso è contenuto il senso profondo dell'illuminazione buddista, mentre Gongyo è la pratica secondaria, perché ne è il soltanto il completamento: esso, infatti, ripropone alcuni importantissimi passi dottrinali del Sutra citato - cioè specificazioni e chiarimenti di Myoho-Renge-Kyo, della Legge del Loto, e quindi già in essa presenti. Secondo la mia opinione, volendo fare riferimento all'antica classificazione estremo-orientale dello Yin-Yang, direi che il Daimoku è Yin, perché il suo effetto è più spirituale, dispone all'apertura del cuore, porta l'energia individuale a fondersi con quella universale e ad abbandonarsi in essa; viceversa Gongyo è Yang, perché accresce la concentrazione, la puntualizzazione concettuale, la focalizzazione sulla concretezza e sul particolare. Si dice, infatti, che Gongyo serva a materializzare gli effetti del Daimoku, cioè che ne aiuti la manifestazione fisica, evidente.

lunedì, agosto 07, 2006

E' facile.


Sei immerso, come tutti noi, in un mare di problemi, di sofferenza, di insoddisfazione. Hai cercato più volte una soluzione, credendo che essa consistesse nel risolvere quella o quell'altra situazione, nel liberarti di qualcosa o di ottenerne qualche altra. Talvolta sei riuscito nel tuo intento - oppure no - ma niente ha saputo risollevarti dallo stato di delusione, di frustrazione, di impotenza che, in fondo, sempre permane nel tuo cuore. Io non ho rimedi particolari, nessuna portentosa medicina che possa aiutarti: solo una piccola cosa, la mia esperienza. Posso condividerla con te. Ma anche così, è necessario un tuo cambiamento, una tua partecipazione, una tua sincera ricerca. Nessun rimedio agisce meccanicamente, né può sotituirsi a te, alla tua consapevolezza e alla tua forza. Allora, ascolta: la felicità è possibile, i Maestri dell'umanità ce la indicano da sempre. E' gioia di vivere, di percepire, di agire. E' gioia spontanea che fonda sulla sicurezza in sé stessi e sulla fiducia nella vita. Non è niente di speciale, ma è - al contempo - un gioiello prezioso, inestimabile, difficile da trovare. Sì, perché noi esseri umani complichiamo sempre le cose, abbiamo una grande attitudine in questo, una capacità di inasprire i conflitti, sia interni - in noi stessi - che esterni, con l'ambiente e con gli altri. Semplifichiamo, dunque. Certamente vogliamo essere semplici ma non semplicistici: insomma siamo determinati a raggiungere la profondità delle cose, la loro vera entità. Sì, intendiamo osare tanto. Desideriamo riappropriarci di ciò che abbiamo profondamente radicato nel cuore, ma che crediamo di avere perso oppure che non sia mai esistito. C'è uno stumento che puoi usare per recuperare quel potenziale, un veicolo sul quale puoi salire. Il Buddha ne ha approntato uno, l'ha fatto proprio per te. L'ha costruito perfettamente, l'ha perfettamente dosato. In esso c'è profondità di significato, ma anche facilità di apprendimento, di comunicabilità, di esecuzione. Ecco di che si tratta: devi soltanto ripetere una semplice frase, nella quale è espresso il tuo sentito affidamento alla magia della vita, al suo lato misterioso e miracoloso. Devi dire: Nam Myoho Renge Kyo. Fallo con convinzione, fallo con speranza, con la determinazione di trovare finalmente una soluzione vera, qualunque sia il tuo problema - e tutti i problemi meritano cura, rispetto: questo mantra ha il potere di indirizzarti nella giusta direzione. Non importa che tu capisca il significato letterale di questa frase. Puoi interessartene, ed è un bene che tu lo faccia, ma puoi occupartene in seguito. Ora ripeti semplicemente con me... Nam Myoho Renge Kyo, Nam Myoho Renge Kyo...

giovedì, giugno 08, 2006

Far girare la Ruota della Legge.



Quando il Buddha Shakyamuni, Siddharta, dopo aver conseguito l'Illuminazione iniziò ad insegnare agli altri, si dice che cominciò a "far girare la Ruota della Legge". Poiché in India l'altra "Ruota" conosciuta è quella del Samsara, cioè quella del flusso delle esistenze condizionate, della sofferenza, della morte, girare la Ruota del Dharma ha esattamente il valore opposto: favorire la liberazione, l'affrancamento dai condizionamenti, dal dolore, dall'illusione fondamentale che oscura l'esistenza. Questo, difatti, era proprio lo scopo del Buddha. Nichiren Daishonin, altro Illuminato di altra epoca e localizzazione culturale-geografica, sintetizzò la sua comprensione dell'insegnamento buddhista nel mantra Nam Myoho renge Kyo, che per lui rappresentava il nucleo principale, l'essenza di ogni cammino di consapevolezza e liberazione. Ebbene, recitando il Daimoku - cioè l'invocazione Nam Myoho renge Kyo ripetuta per un certo tempo e con una certa intonazione - è possibile percepire come un movimento rotatorio, cioè il suono - per così dire - ruota, ritorna continuamente su sè stesso e riparte, configura un ciclo ascendente e discendente, verso l'esterno e verso l'interno: praticando in questo modo l'accostamento con l'insegnamento del Buddha e con il ruotare la Ruota del Dharma, mi è risultato facile, spontaneo. Fare Daimoku, dunque, significa sostanzialmente proseguire - qui ed ora - quell'antico gesto, sintonizzarsi con quell'antica risonanza dell'Illuminato, con quel suo tentativo di sciogliere il ciclo del Karma, di trasformarlo, di generare in sé stessi, negli altri e nel proprio ambiente un circolo virtuoso, una ruota evolutiva. Recitando Nam Myoho Renge Kyo si fa procedere la Ruota della Legge, si viaggia allora, si sale sull'Unico Veicolo - come suggerito nel Sutra del Loto - che prosegue la metafora del movimento, della partenza, del viaggio, del mutamento e della scoperta di nuovi paesaggi e orizzonti.

venerdì, maggio 26, 2006

Il beneficio di tutte le pratiche del Buddha.


Secondo la visione di Nichiren Daishonin il Daimoku - cioè il mantra Nam Myoho Renge Kyo - contiene in sé i benefici di tutte le pratiche e di tutte le azioni meritorie del Buddha e dei Buddha nelle tre esistenze di passato presente e futuro. Detta così questa affermazione può essere incomprensibile, o quasi. Vediamo di capire meglio... Il beneficio supremo delle pratiche mistiche del Buddha è, naturalmente, l'Illuminazione - che possiamo definire come uno stato di perfetta integrazione con la vita e con la realtà. Secondo la tradizione buddista il raggiungimento di tale traguardo è stato possibile al Buddha Shakyamuni grazie a numerosissime pratiche protratte nel corso di moltissimo tempo e comuni a tutti coloro che perseguono il "risveglio". Ad esempio Siddharta si impegnò in una approfondita ricerca filosofica, si immerse in avanzati stati meditativi e sperimentò tecniche ascetiche molto rigorose. Si dice anche che nelle vite precedenti avesse già praticato innumerevoli volte il sacrificio di sé come Bodhisattva, vale a dire offrendo sé stesso o la propria vita per gli altri - perfino per la salvezza di animali in difficoltà. Certo, questo tipo di percorso, così lungo e difficile, e che sfocia nel grande mare dell'illuminazione, sembra l'appannagio di un uomo per certi versi divino, oppure di individui fuori dal comune. Però, particolarmente per il buddhismo Mahayana, il beneficio ottenibile con queste pratiche straordinarie è accessibile a tutti gli esseri viventi perché tutti hanno in sé il potenziale dell'illuminazione, ognuno possiede in sé la buddità: la grande realizzazione del Buddha è che tutte le ricerche portano a scoprire qualcosa che si possiede già, e le parabole del Sutra del Loto ne offrono precisa indicazione. Per questo Nichiren Daishonin ci regala un gioiello prezioso e di inestimabile valore, una sintesi di tutti i percorsi compiuti da Shakyamuni, una pratica che li condensa in una unica grande medicina capace di guarire l'oscurità fondamentale, l'illusione: la recitazione di Nam Myoho Renge Kyo. Poiché il Daimoku risveglia il potenziale innato presente nei nostri cuori, esso risulta adatto per ogni tipo di difficoltà, ed è applicabile a tutti gli aspetti della nostra vita, proprio in quanto ognuno di essi può essere illuminato dalla luce della buddità - cioè della consapevolezza, della coscienza, dell'integrazione degli opposti in una sintesi superiore e risolutiva. Non esistono aspetti "inferiori" o "indegni" della nostra vita che non possano servire a dipingere quel meraviglioso affresco del nostro proprio sviluppo, della nostra crescita individuale e collettiva in qualità di esseri umani. Nam Myoho Renge Kyo, dunque, contiene il beneficio e i benefici di tutte le pratiche del Buddha. Si, semplicemente per questo: perché ne è il punto di arrivo, la sintesi. Nam Myoho Renge Kyo significa aprirsi e attivamente affidarsi alla vita universale.

giovedì, maggio 11, 2006

Sintonia.


Praticare è una questione di sintonia. Non si tratta di recitare questo o quel mantra, oppure di fare questa o quella meditazione. Naturalmente la tecnica scelta riveste la sua importanza: non è privo di valore - tanto per fare un esempio banale - ripetere a lungo e con partecipazione mentale "pace, pace", oppure "amore", oppure "volontà": ognuna di queste parole rappresenta un mondo, un'intenzione, una concezione di vita. La concentrazione sull'una o sull'altra tenderà a portarci in una specifica direzione, a sperimentare ed elaborare la nostra vita in quel senso. Ecco perché non tutte le tecniche, non tutti i mantra, non tutte le preghiere sono uguali, come qualcuno sostiene! Si tratta di medicine differenti, con indicazioni, posologie e - magari - anche controindicazioni ed effetti collaterali diversi. Ritorniamo, però, alla sintonia di cui scrivevo all'inizio: praticare un determinato tipo di meditazione non è soltanto un atto formale, meccanico; piuttosto è la ricerca di una giusta tensione interiore, di una sintonia appunto. All'inizio, quando si apprende una determinata tecnica, si è molto concentrati nell'imparare e si entra naturalmente in accordo con l'intenzione della pratica: a ciò contribuisce il fascino della scoperta, il mistero insito in ciò che si sta abbracciando. Poiché, però, si cambia continuamente, man mano che si diventa esperti si perde la freschezza del principiante e le cose rischiano di isterilirsi: l'esperienza accumulata e la conoscenza, come sempre, tendono a distruggere la spontaneità e la vita. A questo punto l'allievo progredito può diventare rigido, fanatico: per cercare di non perdere quello che crede di avere acquisito, comincia a lottare con i suoi sentimenti negativi, con i dubbi, con la noia, magari senza neanche rendersene conto. La sua rigidità può arrivare a coinvolgere i rapporti con gli altri, si manifesta nel voler imporre loro proprio quelle convinzioni che egli stesso sta perdendo: in questo gioca un ruolo importante la paura. Come sempre la chiave è la consapevolezza. Rendendosi consapevoli di tutto questo meccanismo mentale, il praticante può dirigersi nella direzione dell'approfondimento della sua pratica e della ricerca di una sintonia più intima con essa, meno formale e più sostanziale. Quella sintonia, in questa fase, è in sé illuminazione...

venerdì, marzo 03, 2006

Osservare la propria mente.


Recitare Nam Myoho Renge Kyo senza poggiare su nulla, senza illusioni. Perché? Perché man mano che l'esperienza si raffina, man mano che si matura e, in fondo, si invecchia, la consapevolezza dei limiti di tutte le cose si fa sempre più estesa e coinvolgente. Per esempio nell'organizzazione buddhista, nel Sangha, che pure apprezzo molto, riscontro nelle persone - e in me stesso - i sempre presenti limiti umani. Credo nel buddhismo, ma con la prudenza di uno sguardo disincantato. Inoltre, sembra paradossale, mi capita di diffidare anche del 'non-credere', cioè della disillusione, del cinismo, dell'ironia sagace, dell'intelligenza critica. Francamente comincio ad essere commosso dalle cose semplici, quelle che una volta avrei guardato con distacco. Provo compassione per gli errori delle persone, per i miei errori, per questa esistenza sempre limitata, sempre sofferente, senza sicurezze e con il disperato bisogno di stabilità, riconoscimento e amore. E allora qual è oggi il senso del 'recitare' Daimoku davanti al Gohonzon? Ho scoperto una cosa: in realtà mi sembra di aver fede. Recito perché ho fede. Ma che significa? In poche parole: ho maturato uno sguardo prudente e disincantato su tutte le cose ma, contemporaneamente, ho fede! Penso che mi possa capitare di tutto e so di non essere immune da nascita, malattia, vecchiaia e morte, ma ho fede che tutto abbia un senso. Non esalto particolarmente le qualità della mia pratica e della recitazione del Daimoku, però ho fede in esso come in uno strumento di lavoro, in un amico, in un compagno di viaggio: limitato come tutte le cose e tuttavia affidabile, giustamente dosato per la mia vita, dotato di valore perché parte della mia storia. Un pò di tempo fa, una mattina, nel pieno delle consuete attività, ho avuto un momento di distacco interiore: ho percepito chiaramente che tutto quello che avevo intorno - strutture architettoniche, persone, eventi esterni ed eventi interiori, pensieri, emozioni - tutto ciò era ed è come una scena teatrale, un set cinematografico, una maschera, una finzione, un allestimento transitorio e in costante cambiamento. Ma sotto il 'palco' della vita esteriore, dietro la scena, ho sentito che c'era e c'è un livello profondo, unitario, significativo, completo in sé, non-transitorio, ulteriore. La presenza di questo livello profondo rende l'altro livello - quello superficiale della scena 'teatrale' - degno di comprensione, di amore. Recitare Nam Myoho Renge Kyo è parte della recita della vita, ne condivide la limitazione, la transitorietà. Tuttavia non posso dire che sia soltanto questo: proprio nella consapevolezza del suo limite, accettandolo interamente e non pretendendo nulla, mi sembra di amarlo, di rispettarlo, di poter considerare in esso l'esistenza di quel livello profondo e significativo di cui parlavo prima. E' forse questa la meditazione? Questo percepire contemporaneamente - per così dire - il transitorio e l'eterno, la limitazione e l'infinito, l'inutilità e il valore, è forse proprio 'kanjin', 'osservare la propria mente'?

martedì, dicembre 27, 2005

Unità e diversità.


Secondo me, in una scelta come quella religiosa, non si può prescindere in ogni caso dall'individuo, né si può pretendere che l'individuo si uniformi e scelga secondo i valori del gruppo, fossero anche questi ultimi i valori più nobili e altruistici: questo perché il campo religioso dovrebbe idealmente essere l'espressione veritiera dell'intimo di ognuno, dove ogni etica esterna e comunitaria è comunque una sovrastruttura rispetto alla reale crescita coscienziale dell'individuo. Naturalmente non sto dicendo che il comportamento sociale non sia importante e non sia esso stesso una componente della vita e perfino dell'individualità: il buddhismo, infatti, ci insegna che la vita è relazione. Però l'immagine più bella della struttura profonda dell'Universo, forse addirittura dell'Illuminazione, è prefigurata nel concetto di Itai Doshin: l'unità nella diversità, la fusione onnicomprensiva che contiene lo sviluppo delle singole individualità, l'armonia fondamentale nella differenziazione, l'essere fusi-ma-non-confusi, uniti ma non massificati, insomma il prisma dalle mille sfaccettature, ognuna di esse essenziale all'interezza del tutto. Anzi, dovrebbe essere così: che quanto più si estende la propria capacità di Illuminazione, la conoscenza di sé e del Sé, tanto più le componenti dell'individuo - anche quelle 'personalistiche', quelle psichiche, così come quelle sociali, quelle concrete, fisiche, situazionali - si integrino nell'esprimere l'armonia raggiunta. Da dove partire? Sempre dalle 'cause interne', cioè dall'intimo, cioè dalla libera presa di coscienza individuale (non sociale o moralistica). Si parte da una decisione indipendente, da un 'alzarsi da soli'. Quali sono i benefici? Essi sono essenzialmente legati alla manifestazione in noi dei Tre Corpi del Buddha: il Dharmakaya, il Corpo della Legge, che ci dà una sintonia con l'aspetto mistico, profondo, dell'esistenza; il Sambhogakaya, che porta l'armonia sul piano interiore, psichico; il Nirmanakaya, la manifestazione concreta e visibile, 'fisica', sociale, 'terrestre'. In un certo senso questi benefici sono anche le prove della validità del proprio percorso, e possono coincidere con le famose 'tre prove': la dottrinaria, la teorica e la concreta. Perché Nichiren considera la prova concreta come la più importante? Sembra una contraddizione, perché la prova concreta è anche la più 'esteriore', quindi apparentemente la meno essenziale; però bisogna considerare che il mondo esterno è proprio la nostra 'cartina di tornasole', il banco di prova, il luogo in cui ci scontriamo con la diversità, con le avversità, con il non-io, con l'altro-da-noi. Poiché il mondo esterno è inoltre - per legge karmica - lo specchio delle nostre contraddizioni interne, un miglioramento su questo piano ci da un'indicazione importante sulla nostra condizione interiore. Se anche ritenessimo di aver 'capito tutto', di essere degli Illuminati, dei Santi o dei Bodhisattva, ma non riuscissimo a rapportarci positivamente con l'ambiente esterno - naturale o sociale - o anche con il nostro stesso corpo fisico, dovremmo comunque rimeditare la nostra posizione. Se non lo facessimo con umiltà ed attenzione la vita e la legge karmica, comunque, ci costringerebbero prima o poi a farlo.

Propagazione.



A mio parere esiste una sfumatura di significato differente, anche molto differente, fra le parole 'propagazione' e 'propaganda'. Mi sembra che il problema delle organizzazioni religiose stia in gran parte qui: aver frainteso questo significato, aver confuso la propagazione con la propaganda. La propagazione, mi piace immaginare, è come quella di un'onda sonora, di un diapason. Il diapason coglie una vibrazione, ne risuona e, per ciò stesso, la propaga, la diffonde. Nel mondo dell'Illuminazione di cui parla il buddismo dovrebbe essere lo stesso: vibrare su una certa lunghezza d'onda. Se lo si fa davvero, è naturale che si diffonda nell'ambiente intorno l'emanazione del proprio 'stato vitale'. Ma non si tratta di uno 'stato vitale' tipo 'fitness', uno star bene di tipo salutista. Si tratterebbe, invece, di una 'sintonia' con il Gohonzon, cioè - appunto - con il mondo d'Illuminazione, con la parte profonda dell'esistenza, con il Senso, con la Vera Entità, con la Consapevolezza, con Nam-Myoho-Renge-Kyo (non soltanto la mera ripetizione, ma il significato). Se la vibrazione è quella 'giusta', è naturale che la nostra 'pratica', cioè il nostro cammino evolutivo, costituisca un richiamo, un messaggio anche per gli altri. Se accendiamo una fiamma, per quanto piccola essa sia, anche una fiammella, essa rischiara l'oscurità intorno. E' nella natura della luce farlo. Non credo che la luce debba preoccuparsi di diffondere la luce. Se è luce... diffonde! In un modo o nell'altro. Tutt'al più ci si può preoccupare di accendere davvero la fiammella, di ingenerare un processo di combustione reale (che bruci il karma, cioè i nostri limiti) e non soltanto immaginario. Cioè di lavorare davvero su sé stessi (non sugli altri...). Propaganda, invece, significa 'vendere' qualcosa. Significa prospettare soluzioni precostituite, indurre bisogni, sensi di colpa, comportamenti. Tutto, però, si risolve nello smercio di un prodotto, di un 'oggetto', quindi - tutto sommato - di qualcosa di esterno all'individuo, talvolta addirittura di estraneo. Può capitare di convincersi della bontà di un prodotto al punto da desiderare di diffonderne l'uso, di estenderne la commerciabilità, l'emergenza, il gradimento collettivo rispetto ad altri prodotti consimili. Si può essere anche molto sinceri in questo. Però si sta solo smerciando qualcosa: in ambito spirituale il cambiamento non riguarda il 'cosa', forse neanche il 'come'. Non è la tecnica che può. Nel migliore dei casi la tecnica rappresenta un aiuto, un supporto, per una rivoluzione che, comunque, bisogna compiere dentro di sé e 'alzandosi da soli'. Si può propagandare l'Illuminazione come se fosse un oggetto, un ulteriore prodotto della nostra società dei consumi, di qualche multinazionale? Secondo me no. Chi lo fa, anche con le migliori intenzioni, è destinato a fallire: il suo 'prodotto' costituisce quasi per definizione una sovrastruttura che, presto o tardi, risulterà oppressiva, ingombrante, superata o superabile da un nuovo ritrovato tecnico. La propagazione è diversa. Forse prescinde dal metodo e arriva subito all'essere, alla realtà interiore, a ciò che c'è di eterno dentro. Mi sembra molto giusta la locuzione 'da cuore a cuore'. Si propaga la luce, non il modo in cui si è acceso lo stoppino, che può anche variare. La luce è la rivelazione, il fatto che esista, che sia possibile, che non sia una vana fantasticheria. Se nella mia vita realizzo anche una piccola parte di luce, lo faccio anche per gli altri, ciò avrà un'effetto anche sugli altri. Perché siamo tutti collegati e perché è quello che tutti - in modo più o meno consapevole - cerchiamo: 'bodhicitta', il 'pensiero dell'illuminazione', l'unico 'vero' e fondamentale desiderio. La verità non ha bisogno di alfieri, di difensori, di combattenti. Si propaga da sé, perchè tutti la percepiscono e la cercano. Un piccolo fiammifero, quindi, può generare un grande incendio, quello di una foresta. Accendere, dunque, la propria luce: questa è l'essenza. Si diffonderà. Questo non significa essere dei solitari, non voler partecipare isolandosi sulla montagna. E' normale e auspicabile interagire, cercare di capirsi, di aiutarsi, persino di organizzarsi. Però bisognerebbe organizzarsi e proporsi come organizzazione quasi chiedendone scusa, con levità, con la capacità di lasciar andare, di proporre ma sempre con la costante preoccupazione di non imporre e di non 'vendere' nulla. Come dice il Budda nel Sutra del Loto: "Questo è il mio pensiero costante..."

venerdì, dicembre 09, 2005

Morte ed eternità.


S'è detto più volte che quella sulla morte è l'unica vera grande inchiesta, alla radice di ogni impostazione filosofico-religiosa. Riflettendo sulla morte ci chiediamo, di rimando, che cos'è la vita, qual è il suo significato e se ne ha uno. Come praticanti, ci chiediamo quale sia la posizione del buddhismo sull'argomento, perché ci sembra a volte ambigua: sopravviviamo oppure no? Si parla anche nel buddhismo di 'eternità della vita', ma come potrebbe essere eterna se non ci fosse la continuità dell'identità individuale fra una rinascita e l'altra, se il karma fosse soltanto una valigia che cambia di mano? Che cosa sarebbe dunque eterno, il karma forse? Allora sarebbe meglio parlare di 'eternità del karma', non della vita. E se il karma - la legge di causa ed effetto - fosse eterno, quindi 'assoluto', come potrebbe essere possibile il suo superamento, scopo principale del buddhismo? E il Nirvana, è 'estinzione' come annullamento e negazione, oppure si tratta di uno stato di coscienza superiore, al di là del tempo e - quindi - della morte? Dal canto mio ho elaborato alcune risposte a partire dagli insegnamenti buddhisti. Non so quanto siano realmente sostenibili dal punto di vista dottrinario, ma a me 'tornano', cioè mi soddisfano. Poi, è chiaro che bisogna lasciare sempre la porta aperta al dubbio, alla possibilità di riformulare tutto. Secondo me un 'quid' che sopravvive e che non è identificabile con il solo karma esiste, e credo che si tratti di una identità più profonda di quella che la nostra autopercezione ci suggerisce normalmente. Ciò che comunemente chiamiamo 'noi stessi' è qualcosa di piuttosto superficiale, è la nostra 'persona'. Ricordiamo che il termine 'persona' è mutuato dal teatro greco e significa 'maschera'. Credo che essa sia il 'ruolo' che ricopriamo come attori in ogni singola vita, ma che viene abbandonato al momento della morte o poco dopo. Sicuramente la persona 'Maurizio' con cui attualmente mi identifico non sopravviverà alla morte: si tratta, come dice il buddismo, di un insieme di aggregati. Tuttavia credo che il karma, i ruoli, le parti, abbiano uno scopo: quello della crescita della coscienza individuale. Che cosa rimarrebbe se dimenticassimo tutto di noi stessi? Rimarrebbe la nostra coscienza, il nostro sentirci di esistere. L'identità dell'io, del 'piccolo io', si basa sulla memoria. Senza di essa l'io non avrebbe sostanzialità. Svanisce con la memoria e, quindi, alla morte del corpo. Esistono poi livelli di memoria più profondi, non legati al cervello fisico: il karma, l''ottava coscienza', l''inconscio'. Anch'essi sono destinati a sciogliersi, a risolversi. Dove? Nella 'nona coscienza', che non è un 'magazzino' e, al contempo, è il trait-d'union che rappresenta il senso di ogni esperienza e di ogni serie di esperienze. Senza la nona coscienza esisterebbe soltanto il meccanismo universale. L'ingranaggio. E basta. Con la nona coscienza esiste l'origine e lo scopo del meccanismo e la garanzia che ogni percorso, pur sfociando in una consapevolezza unitaria e totalizzante, conservi la storia e la dignità di ogni passo, di ogni fase e, quindi, la particolarità individuale.

martedì, dicembre 06, 2005

Osservazioni su mantra e daimoku.



Valutazioni personali sui mantra in generale e il daimoku in particolare:
1. la recitazione di un mantra e, comunque, la pratica di una tecnica meditativa, tendono ad allentare i vincoli con i quali l'io imprigiona la capacità percettiva e l'intuizione profonda. Il mono-tono del mantra favorisce un certo rilassamento, anche fisiologico, e una certa pacificazione mentale, permettendo l'emersione di contenuti di solito nascosti alla coscienza ordinaria. La situazione formale della recitazione assomiglia ad una condizione di 'deprivazione sensoriale', cioè non sono presenti particolari stimoli sensori e distrazioni e, quindi, il mondo esterno perde una parte della sua presa sull'esperienza vigile. Al contempo la vigilanza rimane - se non si cade in uno stato di sonno - e quindi l'osservazione tende a focalizzarsi sui contenuti interiori piuttosto che su quelli esteriori. Questo spiega l'emersione che talvolta si verifica anche di contenuti spiacevoli, di attacchi di panico o altro: venendo meno il controllo cosciente, viene fuori quello che c'è immediatamente sotto, nelle zone sub-coscienti, altrimenti nascosto o coperto per motivi difensivi o di 'rimozione'. Possono rendersi evidenti anche emozioni positive, ricordi, pensieri, qualche volta sogni ad occhi aperti oppure, se si va abbastanza nel profondo, piccole o grandi 'illuminazioni' nello stile dei Pratyekabuddha: cioè intuizioni più o meno parziali o ampie sulla natura del reale e su sé stessi.
2. Ogni tecnica meditativa e ogni mantra hanno un significato e privilegiano una particolare visione del mondo, del divino, dell'illuminazione: è come se si trattasse di farmaci diversi, di medicine differenti, con indicazioni e posologie specifiche. Qui rientriamo nel discorso sugli Upaya, gli 'espedienti', ripreso anche dal Buddha quale 'bravo medico' in grado di prescrivere la giusta medicina. Tenuto fermo quanto anzidetto sull'effetto fisiologico e psichico delle tecniche di meditazione in generale, dunque, dobbiamo anche tener conto del proposito e dell'effetto della singola tecnica per cercare di comprenderne il significato specifico. Il discorso sarebbe lungo, ma potremmo analizzare lo slancio devozionale del mantra "Hare Krishna", il desiderio di vedere oltre l'illusione delle forme implicito in "Om Mani Padme Hum", oppure l'affidamento al divino quali creature piccole e insufficienti espresso nel mantra esicastico cristiano "Kyrie Eleison". Nel nostro caso potremmo dire che "Nam Myoho Renge Kyo" indica la dedizione e la sintonia con la Legge Mistica e Misteriosa dell'Esistente come lo scopo stesso della vita, il più profondo, il più ampio, il più reintegrativo, quello alla base di tutti gli altri.
3. Secondo me non bisogna, recitando il Daimoku, cercare di avere un atteggiamento piuttosto che un altro al di là delle semplici regole di base: voglio dire che il mono-tono, la concentrazione sul mandala e l'immobilità della posizione a mani giunte - anche se imperfette e non osservate con estremo rigore - tendono comunque a produrre gli effetti accennati al punto 1. Non si tratta di effetti difficilissimi da raggiungere, tutti li abbiamo sperimentati. L'importante è accettare e osservare quanto accade: talvolta si è concentrati, talaltra distratti, annoiati, smaniosi, angosciati, duri, aperti, felici, illuminati, sereni e via dicendo. Tutto questo fa parte di 'Kanjin', l'osservazione di noi stessi proprio come siamo. Secondo me non dovremmo cercare di essere diversi o di seguire un modello ideale di recitazione. Se ci 'guardiamo allo specchio' non dovremmo interporre maschere.
4. Più difficile è recitare realizzando consapevolmente il 'significato' di Nam Myoho Renge Kyo, cioè la sintonia con il Mistero della Vita. Qui entriamo nel senso mistico vero e proprio della nostra tecnica, connesso con l'altro scopo di Kanjin: osservare sé stessi non soltanto per vedere il trambusto e l'alternarsi dei 'nove mondi' e delle 'otto coscienze', ma riuscire a scorgere il 'decimo mondo', la buddhità, e la 'nona coscienza', quella Amala, cioè l'Incontaminata. Il punto è che l'osservazione del 'piccolo io' dovrebbe permettere la sua purificazione, l'autoconoscenza e il distacco dalla mutevolezza dei 'cinque aggregati', dando la possibilità di scorgere il fondamento, eterno e immutabile, il Vero Io, il Sé. Normalmente invece ci si ferma ai primi effetti della tecnica e si viene attaccati dai 'demoni': cioè quanto emerge tende ad avere il sopravvento sulla qualità della pratica. Per esempio una paura, una rabbia o un desiderio di potere, cioè il 'mondo di animalità', di 'collera' o quello di 'avidità' venuti alla luce durante la recitazione vengono a colorarne l'intenzionalità, coprendo il vero significato di Nam Myoho Renge Kyo. E' per questo che il buddhismo deve poter viaggiare sui tre binari di pratica, fede e studio, così che il corpo, il cuore e la mente si sostengano e si bilancino l'un l'altro nel cammino evolutivo della conoscenza di sé e del Sé. E' per questo che è anche importante il confronto con gli altri, con il Sangha, la comunità di chi condivide gli stessi intenti o interessi. Da soli spesso si rischia di perdere l'obiettività della visione oppure si diventa unilaterali, come talvolta fanno gli auto-didatti.

Sadguru.


Nell'induismo - area religiosa e filosofica dove, direi per definizione, se ne sa parecchio sui Guru, sui Maestri spirituali - si dice che ne esistono di due tipi: Upaguru e Sadguru. 'Upa' significa in sanscrito 'verso', 'prossimo' ad una certa cosa. Dunque 'Upaguru' è prossimo al Guru, oppure conduce al Guru, ma non è propriamente il Guru stesso. Quest'ultimo è 'Sad-Guru', cioè il 'Vero Guru'(sad=sat=verità, essenza). Sebbene talvolta nell'induismo - in accordo con la dottrina dell'Avatara (l'incarnazione divina) - il Sadguru sia identificato con una persona, vi si dice abbastanza chiaramente che in realtà il Vero Guru è presente in ogni essere vivente, cioè è il Sé, Dio stesso, il Purusha, il Brahman. Upaguru sono tutti quei maestri che ci aiutano a trovare la strada e a riconoscere gli insegnamenti del Maestro Supremo. Talvolta Upaguru è la vita nei suoi eventi, talaltra può essere un insegnante, una guida in grado di ispirarci.
In linguaggio buddhista, riportando il concetto, possiamo dire che ogni maestro 'esterno' è un 'maestro provvisorio', un'immagine parziale del Maestro. Il Vero Maestro è il Buddha Eterno e Originario, che nella sua personalità 'storica' - Shakyamuni - è anch'egli incompleto, perché ci parla da fuori di noi. Possiamo e dobbiamo avvalerci di guide provvisorie, che ci sono molto utili fin quando non riusciamo da soli a prendere contatto con il Sé in noi. Ben vengano: dobbiamo rispettarle ed essere loro grati. Anche in psicologia è ben nota l'importanza (come anche i limiti e la pericolosità) del 'transfert' (il rapporto terapeuta-paziente, analogo a quello maestro-discepolo), evento considerato indispensabile per la riuscita della 'terapia'. Ma dobbiamo anche prendere coscienza che la funzione più alta delle guide e dei maestri è quella d'indicarci la Via verso il Sad-Dharma e il Sad-Guru, cioè per renderci capaci di diventare Sovrani, Maestri e Genitori di noi stessi.

Disattendere le aspettative.




Shakyamuni, dopo aver lasciato la sua reggia, cioè la visione limitante del mondo in cui era vissuto fino a quel momento, s'inoltrò nella foresta, nei villaggi, nel variegato disordine della vita, per cercare di scoprire il perché della sofferenza, per conoscere meglio sé stesso e la Legge che regola l'esistenza. Era un principe e agli occhi del re suo padre avrebbe dovuto essere il futuro sovrano, ma egli rifiutò di identificarsi in quel ruolo e smise di praticare lo stile di vita di corte in cui era nato e cresciuto. In breve tradì le aspettative che gli altri avevano su di lui. Nella sua ricerca incontrò dapprima due, tre Maestri. Ognuno di loro sembrava essere il detentore della Verità. Ognuno di essi si era spinto fino a vertici filosofici ed esperienziali mai raggiunti prima. Conoscevano la mente concettuale e ciò che va oltre la concettualizzazione, le regioni della forma e della non-forma. Siddharta studiò diligentemente le loro dottrine e si immerse negli stadi meditativi da loro indicati fino a diventare il migliore allievo in ognuna di quelle scuole. Però, ogni volta, ritenne di non aver trovato le risposte che cercava, di non aver veramente conosciuto sé stesso. Pertanto smise di praticare quelle discipline e continuò il pellegrinaggio interiore. Andò a vivere nella foresta insieme agli asceti. Condivise con loro l'idea che il maggior ostacolo alla comprensione fosse il corpo fisico con le sue limitazioni. Pertanto cercò insieme ai suoi compagni di dominare ogni istinto fisiologico, di fiaccare gli impulsi naturali, di far tacere ogni brama. Anche in quel caso il suo desiderio di conoscenza lo portò molto lontano e divenne pressocché un Maestro, un esempio per gli altri asceti. Quando decise che anche con quei sistemi non si poteva raggiungere ciò che cercava, partì dalla foresta e smise di praticare la mortificazione ascetica. I suoi compagni, che fino a quel momento lo avevano ammirato, pensarono che avesse disatteso e tradito il comune ideale. Secondo me Shakyamuni non tradì mai nulla, proseguì semplicemente una indagine che andava oltre tutte le concezioni e le tecniche della sua epoca. La sua vera pratica consisteva principalmente nel non fermarsi alle verità precostituite, nel cercare costantemente di aprire la sua vita al nuovo, all'ulteriore, alla conoscenza di sé e del Sé. Sia pure nel suo stile immaginifico e mitologico, penso che il Sutra del Loto dica una grande verità: che negli ultimi anni della sua vita il Buddha continuò a mettere tutto in discussione, compreso il suo stesso messaggio. Dichiarò che quanto era andato insegnando per quasi quarant'anni non era che un insieme di verità provvisorie, di punti-di-passaggio, di espedienti. Disse che la sua intenzione non era mai stata davvero compresa, e che non era comprensibile se non fra Buddha, cioè fra persone che vivevano e sentivano profondamente la sua stessa ricerca, il suo "volo continuo". Pertanto, con il Sutra del Loto, Shakyamuni disattese il suo stesso insegnamento - la sua forma esteriore - per cercare di indicare qualcosa di più profondo e vissuto, oltre ogni dottrina codificata. Anche Nichiren smise di praticare il buddhismo della sua epoca scandalizzando i contemporanei e, probabilmente, in tal modo dimostrò di aver compreso l'intenzione e la "vera pratica" di Shakyamuni. Il Daishonin disse infatti che quest'ultima non consisteva in nessuna tecnica o esperienza prestabilita, in nessuno degli espedienti del Buddha, piuttosto era definibile come "Nam Myoho Renge Kyo", cioè come una costante, incessante e libera dedizione alla ricerca della Legge Mistica e Misteriosa che sottende la manifestazione dell'Universo.