venerdì, marzo 03, 2006

Osservare la propria mente.


Recitare Nam Myoho Renge Kyo senza poggiare su nulla, senza illusioni. Perché? Perché man mano che l'esperienza si raffina, man mano che si matura e, in fondo, si invecchia, la consapevolezza dei limiti di tutte le cose si fa sempre più estesa e coinvolgente. Per esempio nell'organizzazione buddhista, nel Sangha, che pure apprezzo molto, riscontro nelle persone - e in me stesso - i sempre presenti limiti umani. Credo nel buddhismo, ma con la prudenza di uno sguardo disincantato. Inoltre, sembra paradossale, mi capita di diffidare anche del 'non-credere', cioè della disillusione, del cinismo, dell'ironia sagace, dell'intelligenza critica. Francamente comincio ad essere commosso dalle cose semplici, quelle che una volta avrei guardato con distacco. Provo compassione per gli errori delle persone, per i miei errori, per questa esistenza sempre limitata, sempre sofferente, senza sicurezze e con il disperato bisogno di stabilità, riconoscimento e amore. E allora qual è oggi il senso del 'recitare' Daimoku davanti al Gohonzon? Ho scoperto una cosa: in realtà mi sembra di aver fede. Recito perché ho fede. Ma che significa? In poche parole: ho maturato uno sguardo prudente e disincantato su tutte le cose ma, contemporaneamente, ho fede! Penso che mi possa capitare di tutto e so di non essere immune da nascita, malattia, vecchiaia e morte, ma ho fede che tutto abbia un senso. Non esalto particolarmente le qualità della mia pratica e della recitazione del Daimoku, però ho fede in esso come in uno strumento di lavoro, in un amico, in un compagno di viaggio: limitato come tutte le cose e tuttavia affidabile, giustamente dosato per la mia vita, dotato di valore perché parte della mia storia. Un pò di tempo fa, una mattina, nel pieno delle consuete attività, ho avuto un momento di distacco interiore: ho percepito chiaramente che tutto quello che avevo intorno - strutture architettoniche, persone, eventi esterni ed eventi interiori, pensieri, emozioni - tutto ciò era ed è come una scena teatrale, un set cinematografico, una maschera, una finzione, un allestimento transitorio e in costante cambiamento. Ma sotto il 'palco' della vita esteriore, dietro la scena, ho sentito che c'era e c'è un livello profondo, unitario, significativo, completo in sé, non-transitorio, ulteriore. La presenza di questo livello profondo rende l'altro livello - quello superficiale della scena 'teatrale' - degno di comprensione, di amore. Recitare Nam Myoho Renge Kyo è parte della recita della vita, ne condivide la limitazione, la transitorietà. Tuttavia non posso dire che sia soltanto questo: proprio nella consapevolezza del suo limite, accettandolo interamente e non pretendendo nulla, mi sembra di amarlo, di rispettarlo, di poter considerare in esso l'esistenza di quel livello profondo e significativo di cui parlavo prima. E' forse questa la meditazione? Questo percepire contemporaneamente - per così dire - il transitorio e l'eterno, la limitazione e l'infinito, l'inutilità e il valore, è forse proprio 'kanjin', 'osservare la propria mente'?

1 commento:

andrea perseu ha detto...

Esattamente cosi....questo è lo scopo del daimoku, permettere alla coscienza di renderci partecipi delle sue verità, che sono celate dentro ad ogni essere ma che pochi riescono a percepire! Mantieni le sensazioni e la consapevolezza di questa esperienza, in modo equanime....continua su questa strada...e ogni giorno tutto si farà sempre piu chiaro fino al punto di arrivare a capire che nulla di cio che crediamo realtà lo è veramente, e che la vita è una scuola che serve per evolverci e renderci consapevoli della nostra vera natura, questa consapevolezza ci permetterà di accedere alla nostra nuova realtà. ..e il cammino si farà sempre piu breve per il ritorno a casa, alla casa da dove siamo partiti in principio! Sii felice!