
Naturalmente sulle questioni che riguardano l'essenza della vita, sul divino, ognuno ha un'idea personale che collima con la sua sensibilità, evoluzione, intuizione, logica, eccetera. Sospetto che anche all'interno delle singole religioni - che rappresentano delle risposte 'collettive' alle grandi domande - ci sia una grande varietà di punti di vista individuali. Considero ciò un bene, perché ognuno deve potersi dare una risposta da solo su questi temi così importanti, e per farlo deve scavarsi dentro. I punti di vista sulla Realtà Ultima sono infiniti, perché questa è un "Sutra dagli infiniti significati", e ognuno elabora quello che gli serve. Sono d'accordo con chi dice che esistono tante religioni quanti sono gli individui, soprattutto quelli che si fanno domande e non accettano passivamentele risposte già pronte.
Il concetto di Dio si riferisce generalmente ad un aspetto 'personale' del divino, per lo più antropomorfo, cioè a somiglianza dell'uomo. Come se il piano divino fosse uno specchio e l'uomo, guardandovi dentro, vedesse sé stesso; quindi come se, in un certo senso, operasse una 'proiezione' di sé, del suo carattere, della sua cultura e anche dei suoi limiti. Tuttavia, pur ritirando la proiezione, credo che comunque rimanga qualcosa, una 'superficie riflettente' che è l'essenza della vita stessa. Molte religioni, soprattutto orientali, non hanno voluto speculare sulle caratteristiche di questo 'Qualcosa'. Per esempio il Taoismo. Anche il Buddhismo. Però hanno comunque dato un nome all'essenza percepita, indicandola parzialmente: Tao, cioè la Via, Dharma, la Legge. Le Upanishad usano spesso il termine 'Tat', cioè... 'Quello', rimarcandone così la non-definibilità. Forse sembrerà strano, ma perfino certe frange del misticismo ebraico abbandonano la 'personalizzazione' di Dio quando intendono indicare l'essenza più alta, profonda, nascosta, riferendosi ad essa come 'Esistenza negativa', cioè cui ci si può riferire solo con la negazione di quanto la mente riesce a concettualizzare. Per ciò che riguarda il famoso ateismo buddhista, non sono per niente d'accordo: non capisco come si possa anche solo affermare. Il Buddhismo, originario dell'India, non ha mai negato l'esistenza degli dei di quella cultura, assimilandoli pienamente. Al punto che persino nel Gohonzon giapponese abbiamo Bonten, che è Brahma. Chi è Brahma? Il Creatore. Nichiren Daishonin credeva negli dei indù e anche nelle divinità nipponiche, come Amaterasu - dea della Luce - e via dicendo. Se il Buddhismo fosse nato in occidente, oppure se fosse stato qui praticato già da centinaia di anni, probabilmente avremmo un oggetto di culto contenente il Dio della Bibbia, Gesù, Maria e qualche Santo. La rivoluzione del Buddha non sta nella negazione della divinità, ma nel riconoscere una Legge Mistica, misteriosa e imperscrutabile, di cui gli 'dei-persona' non sono che aspetti. Questa Legge più che impersonale, secondo me, sarebbe meglio definibile come sovra-personale. Stando al Sutra del Loto e alle filosofie derivate, poi, non possiamo definirla 'insenziente', perché essa sembra identificarsi con il Buddha Eterno, cioè con una sorta di Coscienza Cosmica. Sicuramente siamo lontani dal concetto di Dio come ci è stato proposto dalla nostra cultura, ma possono esserci anche delle affinità. Sicuramente ci sarebbe molto ancora da discuterne, ma concludo con un brano di Daisaku Ikeda che ho avuto la gradita sorpresa di leggere nel suo libro di dialoghi con Gorbaciov: "Ma l'uomo non può comprendere il senso della sua vita se prima non ha compreso il significato di Dio. Il senso di qualsiasi religione è ricordare all'uomo che esiste qualcosa che va al di là della sua vita terrena, che esiste unità fra la vita e la morte. Proprio i tormenti della coscienza ricordano all'uomo che esiste l'Eternità, un valore ben più alto e prezioso dell'effimero interesse egoistico. (Da "Le nostre vite si incontrano all'orizzonte" - Esperia, pag. 101). Cito anche un altro passo (stesso libro, stessa pagina): "Ritengo molto difficile che la morale disgiunta dalla religione possa esprimersi compiutamente. La morale senza una religione che spieghi il ruolo dell'uomo nell'universo è come un albero che non affonda le sue radici nella terra. In questo caso io attribuisco alla parola 'religione' un ampio significato, che non è legato ad una particolare confessione. La si può considerare un nucleo di valori universali che consentono di distinguere il bene dal male."
Non per nulla Ikeda è un maestro. E un maestro di pace.